PAESI BASSI: LA FINESTRA SUL WELFARE
Per l'Oms i teenager olandesi sono i più felici d'Occidente: scuole avanzatissime, educazione familiare libertaria e soprattutto una pioggia di sussidi. Reggerà il sistema alla crisi della Ue?
D Repubblica - Dalla finestra del numero 20 di Van Altenalaan Straat, Vathorst, Olanda, arrivano i lampi azzurri di una tv accesa su Jersey Shore . Neinke, 17 anni, e il suo ragazzo Ian, 18, si godono sul divano quel che resta di un pomeriggio di quiete. Tra poco suoneranno alla porta. E sarà il solito finimondo dell'ora di cena. Alle sei in punto, Marike (47) e Andy (56), la figlia maggiore Roleine (21), i gemelli Jur e Vos (16) portano in casa una folata di vento, buste della spesa, saluti e latrati del cane Butch.
E quando tutto il branco prende posto in giardino per mangiare, la tv è spenta e sul tavolo ci sono già dieci argomenti. Si parla delle prossime vacanze, durante le quali Jur porterà la sua ragazza in viaggio con la famiglia. Di come va la terapia di coppia tra mamma Marike e papà Andy, che cercano di venir fuori da un periodo complicato. Di quanto sono cari i locali della vicina Amersfoort, dove Neinke si prepara a passare il sabato notte. Dopo il dolce, Bos accende una sigaretta. Sua madre inarca il sopracciglio. E poi gli passa un posacenere. «Se glielo proibissi, fumerebbe di nascosto. A sedici anni è in grado di fare le sue scelte: gli ho spiegato i rischi che corre, ma se vuole fumare, che senso ha costringerlo a chiudersi in bagno?».
Sono queste le regole a casa van de Vlasakker: molta libertà, poco controllo. Ma ciascuno si assume la responsabilità delle proprie azioni. Una ricetta che, nelle case di un Paese che ha fatto della libertà di scelta la propria bandiera, è piuttosto comune. E che funziona, a giudicare dall'atmosfera che si respira tra i van de Vlasakker e da un'inchiesta appena realizzata dall'Organizzazione Mondiale Sanità in 39 Paesi su un totale di 200mila adolescenti: i teenager olandesi sono i più felici dell'Occidente industrializzato. Amano la scuola, hanno molti amici, hanno un'ottima relazione con i loro genitori, fanno meno sesso non protetto, consumano meno droghe e sono meno coinvolti in episodi di bullismo di tutti i loro coetanei europei e americani. «Siamo felici, è vero. Non ci avevo mai pensato...», dice Neinke. «Sarà perché abbiamo tutto quello che vogliamo, ma conosciamo il valore delle cose».
Grazie al sussidio che le passa il governo - che prevede un prestito dai 200 ai 500 euro al mese per i teen-ager che studiano fuori casa, da restituire dopo i 25 anni, quando troveranno un impiego stabile - lei è riuscita a permettersi un appartamentino dove trasferirsi per studiare Fashion Branding ad Amsterdam. Per tutte le altre spese, Neinke ha un lavoretto part-time in un centro estetico: «Tutti i miei coetanei lavorano. Altrimenti come fai a essere indipendente? Non sopporterei di dovermi rivolgere ai miei per ogni cosa. E poi, con quattro figli, per i miei genitori sarebbe impossibile pagare gli studi superiori per tutti. So che in molti altri Paesi riesci a fare strada nella vita solo se vieni da una famiglia ricca: qui da noi non è così».
Non lo è perché, oltre all'etica del lavoro calvinista, questi ragazzi hanno ereditato un Paese dove fare figli non è un lusso e dove ben il 2.6% della spesa pubblica è destinato ai family benefit (195 euro a famiglia ogni quattro mesi per i bambini sotto i 6 anni, 236 per quelli sotto i 12 e 278 per quelli dai 16 ai 18). Un Paese che, negli ultimi 14 anni, ha aumentato progressivamente il suo investimento nell'istruzione, arrivando a spendere l'11.9% dell'intero budget governativo. E in cui nemmeno diventare grandi mette paura: in Olanda il tasso di disoccupazione è tra i più bassi d'Europa, 5.9% a marzo 2012 (quasi la metà che in Italia).
Chi ha paura del domani? «Io? Io non ho paura di niente». Vincent, 14 anni, è un altro dei ragazzini che si vedono nella cornice delle grandi finestre senza tende (ipnotica contaminazione tra la cultura calvinista della trasparenza e quella Ikea delle "case-vetrina") delle villette monofamiliari di Vathorst, sobborgo residenziale dove la media borghesia della città di Amersfoort è migrata per mettere su famiglia. Da grande, Vincent vuol fare l'informatico come suo padre, che, con il suo stipendio, è riuscito a comprare una delle case più belle del quartiere , a portare lui e la sorella Saartje (12) in vacanza tre volte l'anno e a regalargli la collezione di giochi fantasy per la Playstation con cui Vincent ama passare i pomeriggi.
Sua madre Thecla (47) però, qualche paura ce l'ha. «La mia generazione è venuta su nell'abbondanza e nella fiducia per il futuro. Per molto tempo, noi olandesi abbiamo dato per scontate le nostre garanzie: ma la crisi sta arrivando anche qui». E la crisi, che secondo le previsioni economiche dovrebbe colpire duramente l'Olanda tra il 2012 e il 2013, potrebbe portare il nuovo governo (quello che uscirà dalle elezioni del 12 settembre prossimo) a dare un taglio netto proprio a welfare e istruzione. Per adesso, Thecla e suo marito Marc si limitano a dare ai propri figli poche, semplici, regole - portare fuori il cane, fare i compiti, non più di 4 ore al giorno davanti al computer - per insegnare loro ad assumersi delle responsabilità. «Forse cresceranno in un mondo diverso dal nostro: devono essere pronti».
Il fantasma della crisi ha bussato anche alla porta di casa Van der Laan. Ma Valerie, 13 anni, non ha tempo per i fantasmi. Appena tornata da equitazione si sfila gli stivali in salotto e schizza di sopra a vedere una puntata di iCarly in tv, poi giù in garage ad aiutare papà col fai-da-te, poi in cucina per preparare la tavola. Su che cosa la renda felice, non ha dubbi: «La mia migliore amica, Kaatje». Insieme a lei ha disegnato col gessetto sul muro del cortile due cuori dentro ai quali si legge: V + K Best Friends Forever . Insieme a lei sogna di fare la ballerina o la cantante. «O la parrucchiera, la cavallerizza, la pittrice...», sorride sua madre Jaqueline.
«A me», continua, «interessa solo che sia aperta, onesta con gli altri e responsabile. Dal momento in cui Valerie ha imparato a dire sì e no l'abbiamo lasciata libera di prendere le sue decisioni: spero che questo le torni utile quando crescerà. Io e suo padre abbiamo vissuto l'età dell'oro. So che quando nostra figlia sarà adulta ci saranno meno chance, e per lei potrebbe essere dura». Professor Laptop La responsabilità, a queste latitudini, si insegna anche a scuola.
Nei cinquemila metri quadrati del Vathorst College, 600 ragazzi tra i 12 e i 18 anni seguono uno dei modelli educativi più avanzati d'Olanda, che combina i principi del metodo Montessori con la pedagogia di Helen Parkhurst e di Peter Petersen: «L'idea è quella di rendere i ragazzi responsabili del loro apprendimento», spiega Ed Van der Veer, 64 anni, ex preside e fondatore del Vathorst College. L'insegnamento, qui, non si basa sull'imposizione, ma sulla fiducia. «Se non ti fidi dei tuoi allievi loro non si fideranno di te: in questo sistema, il professore è un coach, che ti stimola a usare gli strumenti che hai a disposizione e che ti trasmette l'idea che devi fare i compiti non perché ci sei costretto, ma perché è nel tuo interesse».
Al primo piano della scuola, i ragazzi fanno lezione in grandi open space colorati, ognuno dietro al suo laptop. «Perché portare quintali di libri da casa quando su internet ci sono tutte le informazioni del mondo? Bisogna sapere solo come selezionarle, e gli insegnati servono a questo», spiega Van der Veer. Quello che non si può trovare su internet, si trova al secondo piano del Vathorts College : sale prova per la danza, aule musica insonorizzate, laboratori di pittura e scultura, un teatro.
E una splendida biblioteca aperta anche al pubblico. Costata 28 milioni di euro, la scuola si sta rivelando un sistema efficiente: «Se metti trenta studenti in una classe e proponi a tutti lo stesso percorso didattico, di sicuro una certa percentuale non terrà il passo. Qui da noi, invece, non c'è dispersione. Aiutiamo i ragazzi a trovare la propria strada: da chi vuole andare all'università a chi vuole seguire una formazione professionale. Per riuscirci è fondamentale riconoscere i loro talenti e non frustrali per i loro insuccessi. Meno frustrazioni diamo ai nostri figli, più sapranno costruire una società felice».
Single con benefit Per Caroline, 35 anni, la felicità è il regalo di un anonimo donatore. Da single, è potuta diventare madre di Reinske, 3 anni, che ha invaso il soggiorno con le sue bambole. E di Martin, 8 mesi, che mentre mangia si incanta a guardare gli uccellini fuori dalla finestra della cucina. Quella di Caroline è una delle storie che, negli ultimi 10 anni, ha segnato il radicale cambiamento della società olandese: cir ca 417mila famiglie sono costituite oggi da un genitore single e un quarto dei bambini è nato da genitori non sposati. Come tutte le madri, Caroline può contare sul child benefit per crescere i suoi figli, ma in più, da madre single, beneficia di uno sgravio fiscale.
Neanche la previsione di tempi peggiori
riesce a incrinare il suo entusiasmo materno: «Il governo si
prenderà cura di noi, come ha sempre fatto. E sono sicura che, con
la velocità con cui il nostro Paese invecchia, per i giovani ci sarà
sempre lavoro». Meno ottimistiche sono le sue previsioni per quando
Reinske e Martin saranno adolescenti. E lei dovrà cavarsela da sola:
«L'adolescenza è il momento del confronto, si prendono le misure
tra genitori e figli: litigheremo, come io litigavo con i miei». E
Caroline e i suoi figli avranno qualcosa di speciale di cui
discutere. Per la legge olandese, a 16 anni Reinske e Martin, in
quanto figli di un anonimo donatore di sperma, potranno conoscere
l'identità del padre biologico, e andarlo a cercare.
«Non li incoraggerò a farlo. Ma non li scoraggerò se vorranno: i figli non si mettono al mondo perché rispondano alle aspettative dei genitori. Se in questo Paese i ragazzi crescono bene è perché viene data loro la libertà di scegliere con la loro testa». Se poi le chiedi come vorrebbe che fossero Reinske e Martin quando cresceranno, Caroline ti guarda come se non avesse capito la domanda. E alla fine dà quella che, da queste parti, suona come l'unica risposta possibile. «Felici. Cos'altro?».
D Repubblica - N.797, pag. 48







