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IN QUELLE CASE SEGRETE PER RICOMINCIARE

La mamma della ragazza uccisa per un no al fidanzato: apro un rifugio sicuro per tutte Così la morte di Veronica non sarà inutile

21 Giugno 2012
Corriere della Sera - Ed. nazionale Pag. 28 Sono 74 in tutta Italia, accolgono le madri (con i figli) Settecento posti letto protetti. «Piano piano si va avanti»  Le guardi con il sorriso stampato sulle labbra, la musica di sottofondo, le omelette con lo zucchero e quasi ti sembra di essere in una casa come tutte le altre. Solo un po' più affollata. A Gallarate, provincia di Varese, le donne ospitate nella Comunità Solamore condividono una cucina con due  fuochi, tre divani nella sala, mobili ingialliti e in qualche caso tenuti in piedi con lo scotch. «Ma si sta bene» assicurano. A Marco, 11 anni, basta mettere una parrucca in testa con i riccioli neri per sentirsi una rockstar, poi però ascolta al computer una canzone di Tiziano Ferro e abbassa gli occhi: «Voglio tornare a casa» sussurra alla madre. Lei non risponde. La loro casa da un anno è questa struttura protetta nata alla fine del 2006 che accoglie donne con bambini inviati qui da un decreto del Tribunale. Sei camerette, sette educatrici di cui tre psicologhe, una dozzina di posti letto, una cucina e quattro donne che hanno subito maltrattamenti. Dal marito, dal compagno, mani di uomini alzate in qualche caso anche su di loro, i bambini. Di case protette, in Italia, ce ne sono 74, fa sapere il dipartimento delle Pari opportunità della Presidenza del Consiglio, rifugi a cui si aggiungono comunità dei servizi sociali come quella di Gallarate, dell'azienda 3SG. In trincea il lavoro di due reti: quello di D.i.Re (Donne in rete contro la violenza, 60 centri in tutta Italia, almeno 20 in difficoltà economiche), che si mescola con quello di Arianna (ovvero il 1522 che dipende dalla Presidenza del Consiglio, con i suoi 165 centri). Un fitto sistema di protezione con 700 posti letto secretati (5.700 sarebbero quelli necessari secondo la direttiva europea). Luca, 10 anni, da tre mesi al Solamore, racconta delle gare in Formula 1 con la playstation: «Sempre primo - garantisce - con il Nintendo sono anche più bravo, ma i miei giochi sono rimasti tutti a casa». Laura, 44 anni, sua madre, spiega che sono dovuti scappare senza riuscire a prendere un granché. «Mi ha rotto tre costole - racconta Laura riferendosi all'ex compagno - portavo i bambini a scuola la mattina e cospargevo la casa di cacao così al ritorno sapevo subito se lui c'era o no. Poi mi sono affidata ai servizi sociali e sono arrivata qui. Non è facile, così come non è facile denunciare - assicura lei - prima o poi ti scontri con la realtà, il giudice che chiama a testimoniare i vicini di casa e quelli che presentano i certificati medici perché hanno paura. E poi i tempi del tribunale, che prima di prendere una decisione sulla tua vita ci impiega mesi». Mesi che aggiungono botte alle botte. «Quando finalmente arrivi in comunità, ti accorgi che lui è fuori in libertà e tu sei reclusa in una casa che non senti mai tua». Marisa Guarneri, presidente della Casa delle donne maltrattate di Milano, ha aperto il primo centralino antiviolenza d'Italia nel 1988, seguito nel 1991 dalla prima «casa» creata grazie ai 40 milioni donati dalle milanesi. «Il 24 giugno c'è il processo al marito che potrebbe uscire, occorre far presto, lei è sola, non ha famiglia, deve entrare subito in comunità con il suo bimbo di due anni. Farò pressione sull'assistente sociale: se non salta fuori un posto, la colpa è vostra». Caterina, da 6 anni operatrice della Casa della donna maltrattata, ha appena ricevuto una telefonata della responsabile dell'asilo nido che si è presa a cuore il caso di una giovanissima mamma di Affori. Siamo al terzo piano di una palazzina color ocra, in via Piacenza 14: tre stanze arredate in modo spartano sono un luogo di donne, pronte all'ascolto e alla difesa di altre donne che hanno perduto la capacità di difendersi. Una trentina di operatrici, avvocatesse, psicologhe, educatrici, volontarie lavorano in una struttura composta, oltre che dal centro di accoglienza, da 6 piccoli appartamenti segreti dove vengono protette e seguite le vittime di abusi. In 25 anni di lavoro fatto con passione («altrimenti non avremmo resistito») sono state seguite 23 mila donne e ne sono state ospitate 620. Come spiega Patrizia De Rose, capo del Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del Consiglio, per sostenere i centri «negli ultimi due anni, grazie al piano nazionale contro la violenza di genere e lo  stalking, sono stati stanziati circa 20 milioni di euro». Ma come mai allora i centri chiudono e lamentano i tagli di fondi? Dice Titti Carrano, presidente della rete D.i.Re: «Stiamo aspettando con ansia che venga sbloccato il bando di dieci milioni per il finanziamento di nuovi centri o il sostegno a centri già esistenti, la situazione è grave, il 18 giugno il centro antiviolenza di Napoli è stato costretto a chiudere perché dal marzo del 2009 non riceveva soldi dal Comune». Se al Nord la rete di aiuto è più diffusa (17 centri in Lombardia, altrettanti in Emilia Romagna, 14 in Veneto) al Sud ci sono Regioni quasi sguarnite (1 centro in Basilicata e 3 in Calabria). «Nu poc 'e mazzate... jamme, che sarà mai? Facciamo fatica a scrollarci di dosso pregiudizi e ipocrisie» confessa Clementina Ianniello, la mamma coraggio del Casertano che sta portando avanti la battaglia in nome di sua figlia, Veronica Abbate, la diciannovenne uccisa per un «no» dall'ex fidanzato, allievo della Guardia di Finanza. Era il 3 settembre del 2006. Sei anni dopo, in quello stesso giorno, Clementina inaugurerà una casa protetta in una località segreta sul litorale domizio. «È in una villa sequestrata alla camorra che ci ha assegnato il comune di Mondragone: cinque stanze per ospitare donne scappate da una situazione di pericolo». Un rifugio sicuro dove trovare anche assistenza legale e psicologica. «Mi piace pensare che tutto quello che sto facendo riporti in vita Veronica, che il 3 settembre lei sarà lì con me. Ma non è così. Lei non c'è più e una gran parte di me è andata via con lei. Lavoro affinché la sua morte non sia veramente inutile». Clementina si batte per la certezza della pena, e ha presentato una proposta di legge. Ha fondato l'associazione «Veri» che organizza incontri nelle scuole («perché i ragazzi possano vedere l'ondata gigantesca di dolore che c'è dietro la violenza»), corsi di difesa personale e ora gestirà la casa protetta. «Gli occhi di mia figlia, verdi come il mare, continuano a ispirarmi. Rivedo il suo sguardo nelle ragazze che stiamo aiutando. E che piano piano ce la fanno».
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