DALLA SIRIA IL GRIDO DI AIUTO DEI GIOVANI BLOGGER
Una strage di bambini . È l'ultimo bagno di sangue con il quale il dittatore Bashar al-Assad cerca di soffocare le rivolte nel Paese. E se il mondo sa, lo deve alla Rete
Ci voleva la spaventosa strage di bambini a opera del regime siriano contro la roccaforte degli insorti di Hula, nella tormentata provincia di Homs, per costringere i potenti della Terra a uscire un po' più allo scoperto e risvegliare da una sorta di torpore le coscienze di tutti quanti noi. Prima di tragico venerdì 25 maggio era come se anche la Rete dormisse il sonno delle cancellerie, riflettendo la morale a corrente alternata dei governi. Più di un anno fa in Europa non si parlava d'altro. Le rivoluzioni arabe, "la primavera" che faceva sfiorire i regimi, i blogger, i social network, dall'Egitto alla Tunisia. Le parole delle rivolte che, per la prima volta, non viaggiavano sulla carta o nei sermoni delle moschee, ma con il nostro stesso linguaggio, incontrollabile e nuovo, sulla Rete.
E invece, quando è toccato alla Siria, il silenzio. Come se la novità fosse venuta a noia, come se anche la piazza virtuale si fosse stancata, indifferente alle richieste d'aiuto, o solo alle semplici testimonianze. Dalla mia pagina di Facebook, grazie ad amici in Medio Oriente, sono riuscita a entrare in contatto con alcuni blogger che ticchettano ogni giorno il proprio tam tam mediatico su Internet. I nostri scambi sono stati comunque difficili: appaiono e scompaiono, alcuni di loro sono stati già arrestati, la "grande" Rete laggiù è gestita da società private e facilmente controllabili dal regime.
Molti giovani, come Ahmad Alwani, studente, utilizzano dei software per criptare ed eludere la sorveglianza del governo, ma non è mai facile e non è mai sicuro al 100 per cento. Inoltre, una volta arrestati, mi confessa Salwa Al Wefai, 20 anni, anche lei blogger attivista per i diritti siriani, «ci costringono a svelare le password e ci controllano la posta e tutto ciò che pubblichiamo». Mi spiega che sebbene in molte città della Siria la situazione sia critica perché mancano addirittura l'acqua e l'energia elettrica, in altre, dove invece è ancora possibile una parvenza di quotidianità, le persone cercano di uscire e vivere normalmente. C'è paura, ce n'è tanta, ma la sfidano. «La situazione è drammatica soprattutto per noi giovani» continua. «Tanti miei amici sono già stati costretti a lasciare il Paese, perché magari erano ricercati, erano già stati in prigione e quindi in serio pericolo di vita.
Molti altri sono morti. Ma tutti manifestavano pacificamente». Mi appare difficile, man mano che I giorni passano e ci scriviamo a singhiozzo, anche solo immaginare di parlare di cose comuni ai ragazzi di tutto il mondo, come di un cinema e di una cena, oppure di una serata a ballare. Non è un dialogo, sono messaggi in bottiglia che giungono dalle loro case, incollati ai computer come all'unica finestra sul mondo che desiderano, come il buco della serratura attraverso cui guardano alla libertà. Eppure è così che la maggior parte di loro passa le proprie giornate.
Amani Dibo, 24 anni, studentessa di Damasco, legge, scrive, fa girare le notizie e organizza campagne a favore della libertà. Tutto questo perché il mondo sappia. «Vogliamo che la gente comune prenda coscienza che in Siria sono stati calpestati i diritti umani. Non scriviamo ai governi, ma a chiunque possa a sua volta testimoniare e spingere, insieme a tanti altri, la comunità internazionale a fermare questo massacro. Però non con le armi come per esempio è successo in Libia».
Salwa è un fiume in piena: «Questa è e rimane la nostra rivoluzione, anche se è stata strumentalizzata da gruppi estremisti in nome di credenze e religioni. Siamo in un momento di transizione e di grande incertezza, abbiamo bisogno di metabolizzare quanto sta accadendo, di distinguere il vero dal falso, i veri amici dai falsi amici. In tanti stanno cercando di manipolare verità, media, governi, opposizioni politiche. Ma io credo che attraverso di noi, su Internet, ci sia la possibilità per voi di cercare la verità».
Mentre leggo, penso anche al rischio che corre a rispondermi. Vorrei sapere se racconterà un giorno tutto questo ai suoi figli. Sorrido sollevata perché è felice di rispondermi: «Avrò molto da dire ai miei figli. Vorrei che un giorno potessero essere orgogliosi di tutto il popolo siriano, che da solo si è liberato da una lunghissima dittatura. E soprattutto voglio che siano orgogliosi della loro madre che ha scelto di parlare, e che sappiano quanto la loro libertà sia passata attraverso il sacrificio di tanta gente che ha pagato con la vita». Poi aggiunge, come se mi avesse letto nel pensiero, di sentirsi in pericolo al pari di tutti i siriani, soprattutto quelli che hanno deciso di parlare, di informare, di influenzare con la loro attività tante persone.
Mentre aspetto impaziente che mi scrivano ancora, consulto, curiosa, le loro pagine Facebook e poi i loro blog. Molto di quanto è scritto è in arabo, ma le foto sono chiare. Non mi stupisce che non ci siano le loro facce, che non ci siano le immagini divertenti e scanzonate di tanti loro coetanei in quelle parti di mondo dove non c'è la guerra. Loro postano foto che non siamo abituati a vedere. Prima di salutare Ahmad, Amani e Salwa, ringrazio per il coraggio che hanno avuto a rispondermi.
Ma loro mi scrivono
di nuovo: «Domandaci ancora, per favore».
Donna Moderna - N.24, pag. 82







