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SCHIAFFI SONO OK PER 25 GENITORI SU 100

Lo rivela una recente indagine, anche se la maggior parte dlle mamme italiane sa che non hanno una valenza formativa. i suggerimenti per farsi rispettare mantenendo la colpa

Roberta Camisasca
04 Giugno 2012
Viver Sani e Belli - N.23 - 8 giugno 2012  Pag. 90  Oltre un quarto dei genitori italiani ricorre più o meno di frequente allo schiaffo per punire i figli. Tuttavia, mentre tre mamme su quattro sanno perfettamente che alzare le mani non insegna proprio nulla ai bambini,  per alcuni genitori (il 26% circa) il ceffone ha una vera e propria valenza educativa. Lo rivela una recente ricerca di "Save the children": anche se non ne vanno affatto fieri, padri e madri italiani ammettono di perdere   le staffe con i figli, specialmente quando non riescono a imporsi con altri mezzi. Ma, se in un momento di  rabbia, una sberla oppure una sculacciata può scappare, la violenza non può essere considerata un metodo  educativo. Oltre a essere inefficace, infatti, comporta una serie di conseguenze, che vanno ben oltre il  rossore della guancia. ADULTI SEMPRE MENO PAZIENTI Dall'indagine emerge che il ricorso a sculacciate  e scappellotti è aumentato. Mamme e papa stanno sempre meno a casa e, qui, i problemi del lavoro e della  casa continuano a tenerli occupati. Ciò riduce la pazienza di impegnarsi nell'educazione dei figli, preferendo  la scorciatoia delle sgridate e delle botte. Altri motivi sono la paura di perdere l'autorità e l'incapacità di gestire  in modo diverso le richieste e le scenate dei bimbi. Inoltre, spesso le conseguenze di un manrovescio sono  sottovalutate: per il 57% dei genitori, uno schiaffo una tantum non ha mai fatto male a nessuno. Un gesto per  sfogarsi Lo schiaffo serve più al genitore che al figlio: lo aiuta a scaricare la rabbia del momento e a ricordare  al bambino, nel modo più diretto e immediato possibile, chi comanda. Per un sondaggio su mille genitori, la  metà di chi confessa di ricorrere alle mani lo fa di tanto in tanto, come misura estrema di fronte a un capriccio  o una grave disobbedienza. Tra le principali motivazioni, ci sono sentimenti come esasperazione e spavento,  seguiti dalla volontà di segnalare in modo inequivocabile che si è superato il limite di sopportazione. • II  problema di fondo è l'incapacità di autocontrollo degli adulti. Dare uno schiaffo è un gesto d'impulso, mosso  da nervosismo, frustrazione per non venire ascoltato, paura di non essere credibile nel ruolo genitoriale. Ciò  non ha nulla a che vedere con la volontà di educare. L'educazione è un progetto, fatto di azioni programmate  e pensate, non di reazioni istintive dettate da sensazioni negative. In quel momento, i grandi non pensano al  bene dei propri piccoli: hanno solo bisogno di sfogarsi. Danno l'esempio sbagliato Lo schiaffo è solo punitivo  e mai educativo. Nell'immediato, blocca l'azione del bambino e da più incisività a un rimprovero, dando  all'adulto la sensazione di aver raggiunto il suo scopo. Ma non trasmette nessun messaggio positivo e non  serve a comunicare con il piccolo, che capisce di aver sbagliato ma non il perché, e probabilmente ripeterà lo  stesso errore in futuro. Il piccolo infatti ricorderà solo la conseguenza finale del suo comportamento e non  cosa l'ha scatenato. • I bambini imparano a gestire lo stress osservando mamma e papa: se questi urlano,  picchiano e insultano, loro impareranno a tenere lo stesso comportamento in situazioni simili. Alzando le  mani, li si autorizza implicitamente a utilizzare gli stessi mezzi per affermarsi e farsi valere con gli altri. Invece  bisogna insegnare che ogni gesto deve essere pensato, prima di essere messo in atto. Inoltre picchiare è una  mancanza di rispetto: come si può insegnare ai bambini l'importanza di questo valore se i genitori sono i primi  a violarlo? • Lo schiaffo, infine, non ha le stesse sfumature della parola. I bambini andrebbero sgridati per  quello che hanno fatto, non per quello che sono. Invece di dire "Sei proprio monello" bisogna focalizzare  l'attenzione sull'azione: "Ti sei comportato da monello". Non si può veicolare questo messaggio con una  sberla. TANTI TIPI DI VIOLENZA Uno scappellotto o un violento ceffone possono far male allo stesso modo.  Secondo l'Oms, la punizione corporale è qualsiasi azione autoritaria che implica l'uso della forza fisica, a  qualunque intensità, per procurare all'altro dispiacere e dolore. Sono atti di violenza genitoriale tutti i gestì atti  a svilire o umiliare i bambini. In 32 Paesi nel mondo, di cui 23 europei (Germania, Grecia, Portogallo e  Spagna...), le punizioni fisiche in famiglia sono vietate dalla legge. Anche le parole possono trasformarsi in armi di violenza, se usate male. Gli insulti, le minacce, gli appellativi umilianti e le "anticipazioni verbali", come  "A casa facciamo i conti", sono da bandire. consigli PER NON PERDERE LE STAFFE II ritratto dei genitori  italiani che emerge dal sondaggio non è negativo: il dialogo e l'ascolto si confermano i principali mezzi con i  quali madri e padri costruiscono il loro rapporto con i figli. In caso di bambini piccoli, contano l'attenzione e il  tempo insieme; nelle famiglie con figli più grandi si riconosce l'importanza di far sentire la propria presenza. I  "quattro principi della sana genitorialità" sono i pilastri di un progetto educativo basato sul buon esempio e la  condivisione di comportamenti corretti tra grandi e piccini. Mettendoli in pratica, si insegna ai figli a gestire i  confilitti, le situazioni difficili della vita e i sentimenti negativi senza violenza. 1 Concentrarsi su obiettivi  importanti Ogni giorno si pretendono dai figli tante obbedienze immediate: mettere le scarpe, non fare  rumore... Ogni volta che il piccolo non ottempera alle richieste del genitore, questo perde la pazienza e  partono le mani. Così si sprecano energie e si indebolisce il rapporto con il bambino: è meglio riservare le  attenzioni agli obiettivi educativi, come accettare i no. 2 Fargli sentire il proprio affetto I bambini imparano  meglio quando si sentono rispettati, compresi, protetti. Se sono consapevoli dell'amore di mamma e papa  non avranno paura di confessare gli errori, se sanno di poter contare sulla loro comprensione saranno  motivati a migliorarsi. 3 Dare chiari punti di riferimento Educare non significa imporre regole dall'alto, ma dare  ai bambini gli strumenti di cui hanno bisogno per raggiungere i loro obiettivi in modo autonomo. Di ogni regola  bisogna spiegare il funzionamento, lo scopo e la motivazione: per loro sarà più facile rispettare un  comportamento se sanno perché è giusto farlo e come metterlo in pratica. 4 Vedere le cose dal suo punto di  vista Se il genitore prova a guardare il mondo con gli occhi di un bambino può capire meglio il suo  comportamento. Ciò lo aiuta ad avere aspettative realistiche sulle sue capacità di rispettare una regola e ad  adottare l'atteggiamento più giusto. Dopo aver ascoltato il punto di vista del bimbo, si decide insieme quale  comportamento tenere la prossima volta nella stessa situazione. IL PARERE DELL'ESPERTA «La sberla è La  fine di un percorso non riuscito» Abbiamo chiesto alla dottoressa Emanuela lacchia, psicoioga e  psicoterapeuta dell'età evolutiva a Corno e Milano e socio fondatore dell'associazione Panda onlus per la  tutela della mamma e del bambino, come educare senza perdere la pazienza. Perché si cede così spesso  alle mani? Lo schiaffo è la fine di un percorso non riuscito. Subentra quando il genitore non ha stabilito una  regola e il bambino non sa come comportarsi in quella situazione. Bisognerebbe fare in modo che i figli  abbiano ben chiare le regole e crescano avendo stima, rispetto e considerazione di chi gliele ha trasmesse.  Un genitore che ha portato avanti bene il suo progetto educativo non avrà bisogno di sberle. Naturalmente un  errore può capitare a tutti... A volte trattenersi è proprio difficile... I genitori devono ricordare che c'è sempre  un piano B. Una parola ferma, un tono di voce più alto, un castigo sono strumenti validi, se accompagnati' da  una spiegazione. L'altro consiglio è non sgridare mai i figli da arrabbiati: si rischia di perdere di vista il ruolo di  educatori. Sbollita la rabbia, si parla con calma di quanto accaduto. Le lunghe prediche non servono: i bimbi,  se piccoli, hanno tempi di attenzione brevi. Basta ribadire la regola che è stata trasgredita. Se proprio la  sberla scappa, come si può rimediare? È importante scusarsi con il bambino, spiegandogli che la mamma era  arrabbiata e non voleva picchiarlo. Così gli si insegna l'importanza del chiedere e dare perdono. Nessuna  eccezione alla regola della "non violenza"? No, gli schiaffi non vanno mai dati. Sono un gesto estremo e  umiliante per il piccolo. E mai alzare le mani in pubblico. Diverse sono le sculacciate. A volte i bambini hanno  bisogno di essere fermati in modo deciso e un piccolo scapaccione sul sederino ha l'effetto di un  tranquillante. Facendolo piangere, aiutiamo il piccolo a calmarsi. Non è una reazione istintiva, ma un gesto  pensato con un fine preciso, che rientra in un progetto educativo più ampio.   

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