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SUD SUDAN SOS BAMBINI

Luciano Scalettari
06 Aprile 2012
Famiglia Cristiana - Viaggio nel Paese africano che da un anno ha l'indipendenza, ma null'altro. L' Unicef assicura ciò che serve all' infanzia : vaccini, pozzi d'acqua potabile, ospedali, scuole. Il tutto per garantire un futuro a Ding Madut, oggi pelle e ossa, e a tanti come lui.

Regione di Warrap, Sud Sudan. C'è un caldo opprimente fuori dal cono  d'ombra disegnato dalla grande tenda circolare. Dentro, decine di madri con i loro bambini attendono la visita. Nessuno urla, nessuno parla, nessuno piange. Solo un sommesso brusio. Tocca a uno più minuto degli altri. Non ha due o tre mesi di vita, come avevamo pensato, ma un anno. Molti di questi piccoli sono denutriti. Ma Ding Madut, questo il suo nome, è probabilmente il caso più grave di oggi. Lo pesano, con la tipica bilancia "da campo" appesa al soffitto. Lo misurano col muac, un semplice strumento costituito da striscia di carta millimetrata che permette di vedere la crescita dell'omero e la circonferenza dell'avambraccio. Col piccolo Ding Madut non ci siamo proprio: gli operatori umanitari decidono di procedere subito con il trattamento. La madre, Dut Akeel, sembra anche lei malnutrita. Nella capanna, a tre ore di cammino da qui, ha altri sei figli da accudire. «Dut Akeel non è una "ritornata", è una locale», spiega Damaris Wanjiki, di World Vision. I "ritornati" sono i sud-sudanesi che durante la guerra erano andati a vivere nel Nord. Con l'indipendenza del Sudan meridionale, sancita il 9 luglio 2011, sono rientrati in patria. In 350 mila hanno preso quello che han potuto e in lunghe carovane hanno passato la frontiera. Ma qui non hanno terra, casa, lavoro. Il Governo ha assegnato delle aree in alcuni dei 10 distretti che formano la Repubblica del Sud Sudan. Con i "ritornati" la cittadina di Kuajok, dove ci troviamo, una ventina di ore di pista a nordovest di Juba, la capitale, ha raddoppiato gli abitanti. «In questo momento stiamo curando 85 bambini», specifica Paula Nuer, dell'Unicef. «Da quando è stato aperto il centro, ne abbiamo nutriti più di 400. La terapia che abbiamo adottato l'abbiamo chiamata Programma 90 giorni: i piccoli stanno da noi tre settimane, poi alternano periodi a casa e presso il centro nutrizionale. In tre mesi devono tornare in condizioni normali. Se no, significa che c'è un problema di salute, e vengono trasferiti all'ospedale di Medici senza frontiere». Siamo in uno dei tanti centri di monitoraggio sostenuti daU'Unicef, al blocco 14 nella periferia di Kuajok. Questo è gestito dall'organismo non governativo americano World Vision. Accoglie tutti, ovviamente: rimpatriati, locali, rifugiati scappati dalle zone dove oggi si combatte, appena oltre il confine, nelle regioni rimaste sotto il controllo di Khartoum, il Sud Kordofan e il Blue Nile. Sta finendo la stagione secca. Fra qualche settimana comincerà a piovere. È il periodo più diffìcile: la temperatura sale a 40-45 gradi, non c'è più acqua, i terreni sono riarsi e le mandrie vengono portate lontano, verso il Nilo e gli altri fiumi. Poi, tra poche settimane, verrà l'acqua, tutto tornerà verde, ma la pioggia porterà con sé altre calamità: la malaria, le malattie infettive, quelle respiratorie. Il neonato Paese africano oggi ha l'indipendenza tanto agognata. Ma nient'altro. È all'anno zero. In tutta la nazione le strade asfaltate ammontano a poche decine di chilometri. Andare in ospedale è un'impresa e si fa scuola (quando la si fa) sotto gli alberi. Non ci sono industrie, non c'è lavoro, i 22 anni di guerra (1983-2005) hanno inghiottito una generazione. È l'unico Paese africano dov'è difficile trovare, nei villaggi, le bancarelle artigiane o le quattro assi con sopra una pila di uova e un po' di frutta e verdura. Abbiamo percorso parte di questo grande Paese insieme agli operatori dell'Unicef: Paula Nuer, Alessia Turco d'unica italiana del team internazionale con Luca Fraschini), Elicad Nyabeeya, l'incaricato della comunicazione Bismarck Swangin, e il nostro accompagnatore, Gianluca De Palma, del Comitato italiano. Dal quartier generale dell'organismo Onu alla città di Wau, da qui a Kuajok, e ancora oltre a Gogrial, sempre più vicino alla fascia di confine, dove affluiscono i civili in fuga dagli scontri e dai bombardamenti aerei dell'esercito di Khartoum. Il drappello che ci guida fa parte dei 200 cooperanti di cui si avvale l'Unicef in Sud Sudan, uno staff che deve coordinare e sostenere decine di progetti in tutto il Paese, una parte attraverso la gestione diretta, un'altra tramite Ong americane, inglesi, francesi, italiane. Una rete di solidarietà che si fa carico di tutto ciò che riguarda l'infanzia dagli ospedali alle scuole, dalle vaccinazioni alla prevenzione dell'Hiv/Aids, dai pozzi ai centri contro la malnutrizione, dai centri ricreativi e sportivi al monitoraggio delle madri in gravidanza e dei neonati. «Garantire le necessità minime quotidiane alla popolazione è già un lavoro gigantesco», spiega Alessia Turco, responsabile del programma per gli aiuti umanitari dell'agenzia Onu dedicata all'infanzia. «Il problema è che ogni giorno si presenta un'emergenza nuova». Ci mostra una mappa: sono 15, in questo momento, le aree critiche. La situazione più grave, forse, è quella dei rifugiati che scappano dalla guerra oltre frontiera: 15 mila profughi nel campo di Yida, fuggiti dal Sud Kordofan e bisognosi di tutto; altri 80 mila nella regione nordorientale, in fuga dagli scontri nel Blue Nile. «Ma poi», sottolinea, «ci sono i 350 mila "ritornati", i quasi 200 mila sfollati coinvolti nelle battaglie interetniche del Jonglei. E, ancora, i 70 mila scappati dalla zona di confine col Centrafrica, dove si sono verificate le incursioni e i saccheggi dei ribelli appartenenti all'Lra, l'Esercito di liberazione del Signore guidato dal visionario Joseph Kony». Ora incombe lo spettro di una nuova crisi umanitaria: il Governo di Khartoum ha deciso che entro il 9 aprile tutti i sud-sudanesi presenti ancora nel Nord dovranno tornare alla terra d'origine. Si tratta di mezzo milione di persone (ma c'è chi dice che siano 700 mila). Potrebbe essere un nuovo esodo biblico. Un'altra emergenza cui far fronte. La comunità internazionale preme per lo spostamento della data ultimativa, finora senza successo. «Dobbiamo essere pronti, con stock alimentari e aiuti di prima necessità», dice Elicaci Nyabeeya. «E dobbiamo tener conto che con l'arrivo delle piogge molte zone saranno isolate e inaccessibili». I fondi? Insufficienti. L'Unicef ha chiesto 100 milioni di dollari l'anno, sia per il 2012 che per il 2013. Finora, la risposta dei Paesi donatori è stata tutt'altro che generosa: è arrivato solo il 25 per cento dei fondi necessari. Se i Governi (compreso il nostro) si mostrano poco sensibili, forse - ancora una volta - gli italiani sapranno fare di più. E meglio.
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